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giovedì 6 gennaio 2011

BONDIì GABINET !!!


"All’Epifania, che “tütt i fést i a porta via” (porta via tutte le feste) è legata, soprattutto in Alta Valtellina, un’usanza del tempo andato, quella del “gabinàt”.
La parola "gabinàt" deriva dal tedesco “Gaben Nacht” (notte dei doni) ed è un’esclamazione che si lancia, dai vespri della vigilia sino a quelli del giorno dell’Epifania, a quanti si ha occasione di incontrare per la via o nelle case, cercando sempre, anche con astuzie e abili stratagemmi, di non lasciarsi prevenire. Chi infatti si sente rivolgere tale esclamazione deve, per consuetudine, offrire semplici dolci o una bicchierata, cioè “pagà ‘l gabinàt”, a chi l’ha colto di sorpresa.
Questa usanza, almeno un tempo, coinvolgeva interi paesi e vedeva tutti gli abitanti in competizione tra loro: era una vera e propria sfida vinta da chi precedeva l’altro nell’esclamare gabinàt!
Il gabinàt è una tradizione fortemente radicata in Alta Valle. Ancora oggi, soprattutto i più piccoli, percorrono le vie dei nostri paesi cercando di vincere il gabinàt a parenti, padrini/madrine, amici e ai negozianti della zona."

www.valtellina.it

mercoledì 10 novembre 2010

FILOZ

Mi piacerebbe essere 50 anni fa in una baita di montagna con tuo nonno che ti racconta una storia, di quelle che incollano lo sguardo di tutti anche se l'hanno già sentita cento volte. Mentre fuori nevica ma a te non interessa perchè il fieno è già stato raccolto e la legna è già tutta in legnaia e le mucche sono in stalla al caldo. L'inverno interrompe tutte le tue attività agricole e per te e la tua famiglia allargata comincia il tempo del filoz, del lume acceso alla sera, del silenzio della neve che cade e ricopre tutto.
Mi piacerebbe aspettare il Natale così. Senza correre. Senza affaticarsi per comprare cento regali che mai nessuno userà più di un giorno, quando starà già sognando nuovi regali da regalarsi e da regalare. Pensare che le persone sono la cosa migliore che ci hanno regalato, che le cose svaniscono e che i soldi non contano niente.
A volte ho come l'impressione che stiamo inseguendo l'irragiungibile e ci lasciamo scappare le cose più vere della vita.

domenica 16 agosto 2009

NOTTE NERA - Livigno 1816 mt nel 1816

Quest'anno non ce l'ha fatta la pioggia a rovinare tutto come l'anno scorso: questa notte nera s'ha da fare!
Ed è andata alla grande. Strade gremite di gente e un bel po' di attrazioni lungo tutta la pedonale, dal centro di Livigno fino a S.Rocco.Con l'animazione siamo stati impegnati, rigorosamente in abbigliamento primi '800, in plaza dal comun con i badènt di marcin e i giochi del Ludobus, con l'Asinobus e in prossimità della cabinovia Tagliede con le canzoni di una volta. Spettacolare. Soprattutto suonare la mia Nicky al lume di qualche fiaccola, scherzare con i turisti e sentirli cantare a squarciagola AZZURROOOOOOOO oppure CHE SARAAAAA CHE SARAAAAA oppure IO VAGABONDOOO CHE SON IOOOOOOOO ... bello bello ... ma chissà che canzoni cantavano veramente nel 1816 ... e com'era vivere senza corrente elettrica ...Grande idea comunque. Grande organizzazione. Grande realizzazione.
Insomma c'è da dire che Livigno quando si mette in testa di organizzare un grande evento lo porta a termine e lo sa fare veramente bene. Quindi grazie a tutti quelli che si sono sbattuti ed hanno contribuito a creare la fantastica atmosfera che si è respirata questa notte.
E ovviamente vi aspettiamo per il prossimo anno! (Quando Livigno verrà interamente ricostruito ad un'altitudine di 1817 metri ... )

lunedì 3 agosto 2009

LA VITA CHE VORREI

Ho chiuso le ante. Ho spento il telefono. E il computer. Poi mi son chiesta com'è leggere un libro a lume di candela e ho spento anche l'abat-jour.
E da qui mi è venuta una voglia tremenda di passare qualche tempo in una baita, senza corrente, senza tecnologia, senza diavolerie.
E capire cosa si prova a vivere al naturale, come 50 anni fa. Sentire la pioggia sopra la lamiera, aspettare l'odore del caffè alla mattina, gustarsi una bella tazza di latte appena munto, guardare tuo nonno falciare il fieno e dargli una mano a scantigare. Farsi un giro nel bosco, conoscere le piante, i fiori, le erbe, e trattarle con cura. Accudire delle mucche, qualche capra, le galline e poi la sera andare a cavallo e fregarsene degli orari, della notte che scende, dei soldi da guadagnare, delle cose da fare, da correre, da inseguire sempre, per forza. E vivere. Semplicemente. Respirare. Aspettare le stelle e gustarsi il silenzio. Respirare la calma. E addormentarsi sereno. Credere che le persone sono più importanti delle cose. E accontentarsi di poco (?), di aria, di cielo, e di prati, e di animali. E di niente. Ma in fondo sono vissuti tutti così no?
Forse non resisterei. Forse siamo abiutati a tutto e non sappiamo/possiamo/vogliamo più tornare indietro.
Ma questo è il desierio che ho provato in malga in Val delle Mine l'altro giovedì, quando un ragazzo di 14 anni che ha scelto questa vita mi ha detto: "vedi qua la tele non ce l'abbiamo e neanche la playstation tanto ci divertiamo a giocare tra di noi e poi dobbiamo curare gli animali".
Questa è la vita che non ho mai fatto, che ho conosciuto poco e che ho visto solo nei ricordi tristi di chi me la racconta un pezzo alla volta ogni giorno.
Questo è il sogno nel cassetto.
Questa è la voglia di tornare a camminare, anzichè voler correre per forza, ma senza sapere dove vogliamo arrivare.

venerdì 29 maggio 2009

INDEL KEMP '09. MESSA IN POSA DEI TARTUFOL

Diceva così mio nonno e dice così anche l'almanacco agricolo valtellinese: le patate vanno seminate in crescent de luna ...
Oggi si è conclusa la seconda fase del Baraonda Agricol Team - (Chi ama la montagna, coltiva la campagna), con la semina dei tanto sospirati tuberi. Finalmente ho visto di persona come prende vita una patatina fritta.
Presenti sul campo, (ndr. oltre alle patate da semina): Carlino (addetto tecnico all'aradel e direttore lavori), Luciano (ingegnere della cirella), Reman (omino del vomere), Nali (sepoltura patata con la grascia), Maru e Tito (messa in posa delle patate lungo il solco, ad una distanza l'una dall'altra tra i 30 e i 40 cm).
Lavoro concluso brillantemente in due ore e trenta e seguito dalla tipica merenda del contadino valtellinese: bresaola, pan di segale e rosumeda.
Bella lì ... la soddisfazione continua, e domani è la volta dei miei tre metri quadri conquistati per la semina della carotorum arancia aranciem arance ... Scperem che 'l salties miga inta 'l scorpion ...

domenica 12 aprile 2009

POCO BELLO VIVERE COME UNA VOLTA

Poco bello vivere come una volta. Ma davvero vè ...
Ieri, grazie ad una delle geniali idee del mio fratellone, un po' per caso e un po' spinta dalla curiosità, forse un po' anche dalla nostalgia per i bei tempi, quelli passati, mi sono ritrovata in un campo di patate. Cioè a dire la verità non è un campo qualunque, bensì è il reale Chemp Di Pozz dove il mio nonno e chissà quante generazioni prima di lui, si bagnavano la fronte col sudore, per ottenere qualcosa da dare da mangiare ai propri figli.
Certo oggi le necessità sono cambiate e chi si mette a fare un lavoro così lo fa solo se ha passione, tanta; in una società dove non sembra mancare niente di materiale, anzi direi che abbiamo fin troppe cose, manca invece secondo me il buon senso civico e il piacere di vivere, di faticare e di curare una pianta per qualche mese ma poi raccoglierne i frutti. Forse era proprio dalla loro semplicità che nasceva la loro felicità. Ed era fatica certo, ma penso che era anche tanta soddisfazione, poche seghe mentali e molta concretezza, molti valori e pochi figli che ammazzano i genitori per noia. E forse una felicità così è difficile trovarla in un mondo complesso come quello di oggi. Forse siamo contenti a momenti, ma credo mai felici come una volta, quando si aspettava il Natale per avere un quaderno nuovo e adesso anche con la PlayStation 1003888 quasi quasi ci lamentiamo ancora. Chissà ...
Bè sta di fatto che ci siamo messi ad arare il campo per farlo rivivere e per poterci poi seminare le patate (che come tutti sapete sono state per molti anni il simbolo di Semogo, se vet che gliaren propri boi!).
E così eravamo li in 5. Due che insegnavano, perchè di esperienza ne hanno proprio un bel po' vista la loro gioventù e noi tre che in un modo o nell'altro ce la siamo poi cavata, tra una zappa e un rastrello magari impugnati male, e un vomere spinto un po' a fatica ma poco bello vivere come una volta e chissenefrega di tutto il resto. Niente pensieri, e tanto lavoro. Tanta passione per le cose di una volta o forse solo voglia di vedere rivivere quel campo, proprio come c'è su quella fotografia in cucina dei primi '900. Forse anche un po' di paura che domani nessuno si ricorderà quello che è stato e allora ho voglia di sentirmelo raccontare com'era, come si viveva e come faceva a girare la ruota del mulino. Ho voglia di capire quanta intelligenza c'era grazie a quella costante situazione di necessità e di povertà, quanto ingegno, quanto guadagnarsi le cose con la fatica e non desiderare di più perchè tutto quello di cui hai bisogno te lo da la terra e nient'altro.
Bello ragazzi. Ieri sera credevo di aver perso le braccia. Quanta stanchezza dopo un solo giorno. Ma quanta soddisfazione. E quanta felicità. Chissenefrega di questo millennio, quanto darei per vivere come una volta. Quanto darei per essere stanco ma felice.
E così vivo di racconti di un tempo e di anziani con gli occhi lucidi che ricordano e di frasi in dialetto che fanno fatica a tradurre in italiano, perchè non ero li ma mi piace immaginare come poteva essere. E in fondo ad ogni ricordo di loro penso sempre che sia poco bello vivere come una volta ...

martedì 17 febbraio 2009

RITORNO AL PASSATO ...

Non so perchè, ma mi ha da sempre affascinato la possibilità di essere vissuta una 50ina di anni fa o più, quando la vita era certo più dura di adesso, ma quando credo non c'era tanta gente che s'ammazzava e quando il gioco più emozionante era quello di disegnare linee tra le stelle o forse nascondino con gli amici.
Un po' più di povertà in cambio di un po' più di felicità e di sani valori ... Mi affascina l'idea.
Mi piace stare a sentire gli anziani quando raccontano con nostalgia com'era ai loro tempi. Mi piace sentire leggende, accadimenti, e poi visitare posti e rovine che riportano la mente ai primi novecento. Mi piacerebbe intervistare gli anziani, per poter conservare i loro ricordi su una cassetta che anche i miei quadris-nipoti potranno vedere, prima che se ne vada tutto perso.
Chissà forse perchè ho sempre pensato che quello che siamo adesso è il risultato di quello che siamo stati ieri.
E così, anche se un po' in ritardo, perchè il tempo è sempre quello che è, oggi ho svaligiato la Biblioteca Civica di Valdidentro e ho rapito qualche libro sulla storia di Valtellina e Valchiavenna del secolo scorso. La scelta era veramente molto ampia. Ho cominciato con qualcosa di molto generale, le prossime volte passerò alla dialettologia, alle narrazioni sulle streghe, alla storia del contado, alle guerre mondiali etc.
Credo che mi perderò dentro le pagine, e la mente se ne andrà lontana ...
Per accompagnare la lettura, come un buon vino rosso con un violino di cervo (?), ho spolverato i vecchi dischi di casa, con tutte le canzoni degli anni 70-80 - ma quanto è bella sta musica? - e il prossimo sogno è quello di avere in camera un bel grammofono in stile vecchissimo, con cui ascoltare i vecchi dischi in vinile che i miei conservano gelosemente nel cassetto ... cavolo ne avranno più di 100 ... Spero finiscano nella mia parte di eredità ... :-) ma esattamente io cosa ci faccio nel 2009?

lunedì 5 gennaio 2009

il GABINET: una tradizione tutta Valtellinese

Il 6 gennaio, giorno dell'Epifania, in tutta la Valtellina vige da secoli, la radicata tradizione del Gabinèt (per noi Semoghini), Ghibinet (per i Livignaschi), Gabinàt (per Bormini e Furici) ...
Ecco come viene descritta questa affascinante tradizione dal portale culturale dell'Alta Valtellina (http://www.altavaltellinacultura.com/).

"In Alta Valtellina, il giorno dell’Epifania è tradizione “vincere il gabinàt“. Questa usanza, almeno un tempo, coinvolgeva interi paesi e vedeva tutti gli abitanti in competizione tra loro: era una vera e propria sfida vinta da chi precedeva l’altro nell’esclamare gabinàt! Chi perdeva doveva quindi pagar pegno al vincitore, in genere con qualche dolce o una manciata di frutta secca. Un tempo vincere il gabinàt poteva significare anche guadagnare bottini importanti. Tra gli uomini vigeva l’usanza che il perdente pagasse un bicchiere di vino bianco, il cui costo non era da sottovalutare. Il gabinàt diveniva quindi anche oggetto di scommesse tra i giovani (méter su il gabinàt) che stabilivano in anticipo quale avrebbe dovuto essere il premio in gioco.
Per vincerlo si adottavano quindi le più ingegnose strategie: appostamenti, travestimenti, finte malattie…
L’inizio della competizione variava da paese a paese: a Sondalo era fissato al pomeriggio della vigilia, quando le campane suonavano le tre, in altre località allo scoccare della mezzanotte. Essenziale doveva comunque essere l’effetto sorpresa, indispensabile per conseguire la vittoria. Pertanto, ai tempi in cui la diffidenza verso il mondo non faceva ancora chiudere le porte a chiave, non si esitava ad entrare di soppiatto nelle case.
Proprio per non far torto ai bambini, a Valdisotto e a Valfurva, in ogni casa venivano preparati dei piccoli doni costituiti da fazzoletti da naso (panét del nas) contenenti caramelle o frutta secca da consegnar loro qualora avessero fatto intrusione con la fatidica esclamazione. In alcuni paesi si voleva che il pagamento consistesse almeno in tre premi (tre arachidi, tre mandarini …). In Valdidentro e in Valfurva, invece, i bambini dovevano vincere il gabinàt ai propri padrini di battesimo.
Il debito doveva comunque essere pagato entro il 17 gennaio, festa di S. Antonio Abate e inizio del Carnevale.
Vi era tuttavia anche chi non rispettava le regole e alla parola gabinàt si sottraeva al doveroso pagamento replicando “tira la coa al gat!” (tira la coda al gatto).
La tradizione del gabinàt sembra derivare dalla Baviera dove alla vigilia di Natale, Capodanno e l’Epifania i ragazzi più poveri cantavano motivi sacri davanti alle abitazioni dei più abbienti per ricevere regali.
La sua origine sembra confermata dalla stessa etimologia del termine, dal tedesco Gaben Nacht, notte dei doni.
Il gabinàt è una tradizione fortemente radicata in Alta Valle. Ancora oggi, soprattutto i più piccoli, percorrono le vie dei nostri paesi cercando di vincere il gabinàt a parenti, amici e ai negozianti della zona.
Negli ultimi tempi si assiste all’insediarsi della presenza della befana, all’interno del nostro antico gabinàt: è una contaminazione non a tutti gradita, lontana dalle nostre radici e dai nostri ricordi."

Abbasso la globalizzazione che si infiltra in ogni tradizione, in ogni storia e in ogni vissuto ...
La Valtellina è storia da raccontare e credo che sia importante difenderla e tramandarla ...

martedì 25 marzo 2008

PASQUALI a BORMIO - la tradizione continua

Come da tradizione centenaria, il giorno di Pasqua la ridente ma fredda Bormio, anche quest'anno ha richiamato una miriade di persone per vedere sfilare nelle sue vie storiche i famigerati Pasquali. Belli come sempre i carri allegorici preparati dai vari reparti e soprattutto spettacolare il fatto che per un giorno, tutti gli abitanti si vestono con il costume tipico bormino, dal gnomino di tre mesi all'anziano di 98 anni ... una diversa età li divide ma l'intento di rivivere e nutrire la tradizione li accomuna ... Nonostante il clima veramente polare che ci ha spinto nei negozi della via Roma a cercare un paio di Crocks con il pelo da tanto che mi congelavano i piedi, lo spettacolo è stato surreale come sempre ... Poco bello vivere come una volta!
In serata ci siamo strafogati nel ballo liscio al Pentagono, proposto ogni anno in occasione dei Pasquali, anche se un certo Piero del Musagliolo ha messo fuori gioco una decina di ballerini ... dai Depi-Mario ma digli qualcosa!

giovedì 28 febbraio 2008

GENO PRO 2007

Su consiglio della Manuelina, stasera ho scaricato la versione trial di Geno Pro 2007. L'ho trovato un programma veramente studiato bene per disegnare l'albero genealogico della tua famiglia e non solo. Partendo dai parenti più stretti, inserendo coniugi, figli, fratelli, cugini, zii, prozii, fratellastri, cognati, nuori, suoceri e chi più ne ha più ne metta ho intenzione di arrivare a disegnare l'albero genealogico dell'intera Semogo (che tanto si sà che siamo tutti parenti!). Per fare questo ho deciso che andrò a intervistare qualche anziano che ha un'ottima conoscenza delle parentele e magari anche i registri parrocchiali per le parentele più antiche. Voglio proprio vedere quante persone ce la faccio ad inserire ... per ora se qualcuno ha una buona conoscenza della sua genealogia può sempre venire a farmi visita che da qualche parte lo inserisco nell'abero che ho disegnato fino ad ora.
La vera utilità di questo programma, oltre alla ricompattazione della mappa genealogica in un albero graficamente molto comprensibile e chiaro, è che per ogni individuo si riescono a visualizzare le più variate informazioni, dai dati anagrafici a quelli professionali, immagini, interessi ma soprattutto, i suoi rapporti di parentela in maniera sintetica, del tipo tal dei tali ha questi fratelli, questi figli, questi genitori etc etc. ... o raga ve lo consiglio, magari senza estendere il progetto come ne ho intenzione io ma anche solo per verificare i vostri parenti più stretti ... togoooooooooooo!!!

giovedì 17 gennaio 2008

LA LOLZA

Mi sembra che siamo nel periodo giusto per introdurre quest'altro strumento usato dai nostri nonni nella stagione invernale. La lolza è una slitta dalle dimensioni maggiori di quelle usate "per ir a sclitès" sulle piste improvvisate tra un bosco e un campo. E' costruita in parte col legno di gembro, e in parte (in particolar modo nei due pattini della slitta) con il legno di larice, sicuramente più resistente.
Questo strumento era utilizzato come mezzo per il trasporto dei più svariati materiali, quali ad esempio il fieno, la legna oppure il letame. Il tutto ovviamente nella sola stagione invernale, quando le abbondanti nevicate paralizzavano il trasporto a mezzo animale o a mezzo carro ma permettevano l'utilizzo della lolza appunto.
Nei trasporti più difficoltosi, quali ad esempio quelli del fieno dai taulà presso i monti estivi alle stalle in paese, capitava spesso che alla lolza venissero applicate delle catene per evitare spiacevoli incidenti di percorso, sui sentieri pesantemente innevati.
Ok d'accordo visto che non posso usare la smart d'inverno mi toccherà attrezzarmi di conseguenza! Sctèt uscta 'tenta al glèch!

giovedì 10 gennaio 2008

AL PENEGLIN

Questo attrezzo, usato in maniera copiosa in tutta la Valtellina fino a qualche anno (decennio?) fa, è un contenitore cilindrico che serve per fare il burro. Viene costruito utilizzando il legno di larice.
Il funzionamento è piuttosto semplice: dopo aver introdotto nel peneglin la panna (ottenuta scremando il latte precedentemente munto e lavorato) basta agitare con forza il bastone che fuoriesce dal cilindro del peneglin, alla cui estremità (internamente al cilindro) è collocata una ruota in legno bucherellata, che favorisce la "sbattitura" della panna. Quando quest'ultima raggiunge la giusta consistenza in seguito alla lavorazione, la si deposita in stampini di legno della dimensione desiderata per dar vita al burro casareccio.
Quando ero piccola ho avuto la fortuna di vedere mio papà che utilizzava questo strumento e a volte mi chiedo se sia proprio così impossibile tornare indietro a certe sane cose della vita ...

mercoledì 9 gennaio 2008

POCO BELLO VIVERE COME UNA VOLTA

Oggi ho letto per caso l'almanacco agricolo valtellinese e ho capito che non sarei capace di seminare nanche un mazzetto di salvia.
Ecco spiegato perchè il mio fagiolo magico (sulla confezione c'era scritto che sarebbe spuntato come un fungo in 7 giorni al massimo) è ancora interrato e non ne vuole sapere di venire alla luce! Devo aver sbagliato qualcosa con la semina, andava piantato in luna crescente ma sinceramente ho difficoltà a capire cosa vuol dire luna crescente.
Così penso ai nostri nonni che vivevano grazie alla terra e sapevano esattamente quando tagliare il fieno, la legna, i capelli, quando seminare, quando raccogliere, quando imbottigliare il vino, quando far la bekaria etc etc ... quante ne sapevano loro ... loro si che avevano capito tutto ... ("poco bello vivere come una volta").
Se rinasco fatemi vivere nel 1946 o giù di lì ... niente televisione, niente computer, niente cellulare, niente macchina e un bel po' di buon senso in più ... quanti nonni di una volta ci vorrebbero per far andare meglio queso mondo ...
Però grazie a Dio ho conosciuto i miei nonni e qualcosa l'ho imparato, quello che veramente mi preoccupa è chi insegnerà cosa ai gnomini che nascono adesso ... al vegnaré la guera .... grazie nonni!